Lavorare con persone migranti: fondamenti deontologici, metodologie, sfide comunitarie

L'intervento che oggi propongo nell'ambito di questa lezione vuole essere un tentativo di riflessione su quello che è il lavoro con l'utenza immigrata, ed in particolar modo attraverso quello che è un veloce focus sui fondamenti deontologici, le metodologie e le sfide di tipo comunitario. E' chiaro che per il servizio sociale l'impegno etico verte principalmente su quello che è il principio di giustizia sociale. 

La giustizia sociale infatti rappresenta quella che è la premessa dello stesso mandato di tipo professionale. Tant'è vero che il codice di deontologia internazionale afferma che il servizio sociale è impegnato universalmente ad operare per quello che è il benessere dell'uomo, valorizzare le risorse che in ogni società possono rispondere alle aspirazioni e ai bisogni nazionali ed internazionali, tanto degli individui quando dei gruppi, ed a promuovere la giustizia sociale. Ovviamente, il concetto di benessere a cui fa riferimento questa affermazione è un concetto di benessere non circoscritta all'ambito economico ma, il concetto di benessere che fa riferimento al concetto di Sen, dell'economista Amartya Sen, cioè il benessere in maniera globale e principalmente, il benessere secondo l'accezione di libertà e di realizzazione di funzionamenti.

Per il servizio sociale l'incontro con l'utenza immigrata ha una doppia valenza, in quanto da un lato rappresenta praticamente una sfida perché mette in crisi il sapere acquisito, poiché tale sapere non sempre è adeguato a quelle che sono le specificità del fenomeno. Allo stesso tempo però, tale incontro è un incontro di tipo produttivo perché rivela quelle che sono le potenzialità per l'ampliamento di una pratica professionale di tipo efficace, di tipo autentica. 

Il lavoro dell'assistente sociale con l'utente migrata ovviamente non può essere minimizzato a quella che è l'erogazione di servizi, o comunque dettato soltanto da finalità di tipo filantropiche in quando, esiste come già accennato precedentemente, rappresenta una sorta di impegno, di dovere in quanto è previsto dalla stessa deontologia professionale, tanto dalla deontologia nazionale, quanto dalla deontologia internazionale, infatti centrale in tale direzione è il concetto di responsabilità. 

Il codice deontologico nazionale agli articoli 33 e 35 afferma appunto che, l'assistente sociale ha la responsabilità di favorire e promuovere iniziative di partecipazione volte a costruire un tessuto sociale accogliente che sia rispettoso dei diritti di tutti, identificando le diversità e le molteplicità come ricchezza da salvaguardare e da difendere e contrastando ogni tipo di discriminazione. Quindi, l'assistente sociale ha la responsabilità di promuovere tali iniziative e di promuovere iniziative capaci di garantire diritti a tutti gli utenti indipendentemente dalla loro nazionalità, indipendentemente dalle loro specificità ed inoltre, sempre lo stesso codice dice che le diversità e le molteplicità sono dei valori aggiunti e quindi delle ricchezze da salvaguardare al fine anche di contrastare ogni forma di discriminazione.

Sempre a livello deontologico ha particolare valenza il codice internazionale quando afferma che, l'assistente sociale ha il compito di aiutare gli utenti, gli individui, i gruppi e le comunità ad assumersi le loro responsabilità sul piano personale, familiare e sociale e a sviluppare quelle che sono le potenzialità di cui sono portatori per facilitare l'esercizio dei loro diritti. Quindi, dal un lato l'assistente sociale ha personalmente delle responsabilità verso l'utenza, ma allo stesso tempo l'assistente sociale, ha il dovere di rendere responsabile l'utenza e quindi di adottare delle metodologie che siano finalizzate a promuovere l'autonomia della stessa utenza. 

Tuttavia, se questi sono i contenuti del mandato di tipo professionale, va detto che tale mandato non sempre trova una facile applicazione all'interno del contesto di riferimento in cui si esplica il lavoro dell'assistente sociale, nel dettaglio, il contesto di riferimento italiano infatti, si caratterizza per diversi punti critici. Innanzitutto si tende a perpetuare l'immagine dell'immigrazione sempre in termini emergenziali, quando invece, è ormai chiaro che l'immigrazione non può essere considerata una emergenza ma è un fenomeno fisiologico e anche strutturale, in quanto è un fenomeno che non si può arrestare. 

La popolazione straniera viene spesso rappresentata come una popolazione di tipo omogenea, ma questo non è vero perché la popolazione immigrata è altamente eterogenea tra loro in quanto, gli immigrati differiscono rispetto a quelli che sono i caratteri relativi alla propria biografia, al proprio bagaglio esperienziale ed ancora, rispetto a quelle che sono le prospettive di tipo future, il progetto migratorio stesso. Inoltre quello che si registra a livello sempre di contesto di riferimento all'interno del quale si inserisce l'intervento dell'assistente sociale, del servizio sociale professionale in genere, è una scarsa integrazione tra quelle che sono le politiche e gli interventi posti in essere, in quanto, tende a prevalere una prospettiva di tipo managerialista dominata da quella che è la cosiddetta logica delle tre e; cioè nella maggior parte delle volte, gli interventi tendono a soddisfare criteri guidati dall'efficienza, dall'economicità ed all'efficacia. 

Molto spesso si tratta di interventi di tipo estemporanei, interventi specifici rivolti alla popolazione immigrata in particolar modo, sono spesso, delle brevi parentesi per cui, una volta esaurite le risorse, i progetti, gli interventi in questione si concludono, e quindi quello che manca è una prospettiva di lungo periodo degli stessi interventi con delle conseguenze non indifferenti, sia su quello che è l’utenza ma anche su quella che è la categoria professionale. 

Sempre al livello quindi del contesto di riferimento italiano, si registra la tendenza ad perpetuare un'immagine distorta dell'immigrato, l'immigrato come una persona in genere relegata nelle fasce svantaggiate della popolazione, destinato a lavori di tipo dequalificati e dunque l'immigrato viene per lo più rappresentato come una sorta di cittadino di serie B, se non di serie C. Vi è poi una forte differenziazione a livello locale degli interventi, in quanto, manca a livello nazionale un'omogeneità rispetto a quelli che sono gli interventi da porre in essere, per cui vi sono delle forte differenziazioni a livello nazionale ed inoltre, vi è un'accentuata distanza tra quella che è la retorica e la pratica nell'ambito delle politiche pubbliche, e si registra inoltre uno scarso dialogo tra quello che è il settore pubblico ed il settore privato e del terzo settore in genere, in quanto le reti risultano altamente indebolite e quindi non c'è, è come se questa in realtà procedessero parallelamente tra loro; non c'è un dialogo, non c'è uno scambio, e questo sicuramente da un lato può provocare quelle che sono delle repliche in termini di risposte, e dall'altro lato può anche provocare dei veri e propri vuoti rispetto ai bisogni presentati dall'utenza immigrata.

 

Questo testo è estratto dal nostro video-corso Fad Assistenza? No, grazie!, ha come scopo quello di informare e permette di approfondire tematiche legate al corso.

Estratto della lezione della dott.ssa:  Gabriella ARGENTO

Gabriella ARGENTO
Assistente Sociale Specialista in cooperazione allo sviluppo e processi di mediazione
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