L’assessment professionale nella consulenza agli individui, alle famiglie e ai gruppi e nell’intervento sociale.

Mi è stato affidato il seguente tema: “L’assessment professionale nella consulenza agli individui, alle famiglie, ai gruppi e nell'intervento sociale”. Di cosa parliamo quando si parla di assessment? Prima di addentrarci negli aspetti teorici e metodologici pertinenti il tema, si ritiene utile in questa sede, discutere brevemente sull’assessment professionale per come è presentato dalla letteratura disponibile e per la rilevanza che una sua definizione chiara e consensuale riveste ai fini di un intervento sociale efficace.

L'impiego del termine è relativamente poco usuale nel nostro paese - dove appaiono ad esso affiancati in maniera sinonimica utilizzati i termini ‘diagnosi’ e ‘valutazione’, più in Europa e oltre oceano, tanto da rilevare un vivace dibattito, che mostra posizioni e letture, definizioni e orientamenti sinteticamente riferibili a due approcci paradigmatici diversi: l'oggettivismo e il costruzionismo.

Per una più esauriente review dei testi che saranno considerati, si rimanda a Crisp, Anderson, Orme e Green Lister(2005) “Learning and teaching social work education:Textbooks and frameworks on assessment”.

Ma proviamo a fare un ragionamento che ci dia traccia del percorso da una dimensione procedurale alla dimensione metodologica che è quanto noi cercheremo di sostanziare, di argomentare proprio nella letteratura internazionale. Prendiamo alcune stringhe di testo per esempio Milner e O’Byrne(2002) danno una descrizione dell'assessment per fasi logiche e temporali per cui il primo passo è ‘la preparazione, in cui si decide cosa osservare, quali dati saranno rilevanti, quali sono gli obiettivi ed i limiti del compito; segue quindi la raccolta di tali dati: si incontrano le persone e queste vengono ingaggiate nel rapporto professionale; ci si indirizza agli svantaggi dovuti alle differenze e si salvaguarda l’empowerment e la possibilità di scelta nello svolgere il compito, nel rispetto dell'incertezza e con apertura verso la ricerca.

Si soppesano i dati: si risponde alla domanda: ‘C'è un problema? e ‘Quanto è serio?’; si analizzano i dati: vengono utilizzate una o più mappe mentali per interpretare i dati e comprenderli al fine di sviluppare un'idea di intervento; si utilizza l'analisi per formulare il parere professionale’. Tutto il testo compreso tra le virgolette, corrisponde esattamente a quanto scritto dagli autori citati, sia a quelli che erano citati più avanti.

La natura processuale dell’assessment è asserita da Coulshed e Orme(1998) che scrivono:

‘L’assessment è un processo continuo, quindi non solo limitato ad un momento della fase dell'ingaggio, dell'intervento, della consulenza, a cui l'utente partecipa, il cui obiettivo è comprendere le persone in relazione al loro contesto; è la base per pianificare cosa è necessario fare per mantenere, aumentare o far venir fuori il cambiamento nella persona, nell'ambiente o ambedue’.

Secondo Compton e Gallaway(1999):

‘Si tratta di una raccolta di dati e conseguente analisi per fornire informazioni utili nella generazione di decisioni circa la natura del problema e su cosa si deve fare - è un processo cognitivo che implica pensare a quali dati è necessario disporre. L'esito è un progetto o un atto professionale che definisce la criticità, gli obiettivi da raggiungere ed un piano di intervento per conseguirli’. 

Quanto riportato evidenzia alcuni aspetti comuni, è infatti possibile rilevare:

Tutti gli autori descrivono l’assessment come un processo cognitivo - proceduralmente scandito -, che serve ad acquisire dati utili a definire la ‘situazione problematica’ e a rappresentare obiettivi di cambiamento. Viene posta, come necessaria premessa, la definizione di ‘underpinnings’’, ovvero di modelli teorici che siano in grado di produrre dati che, generati piuttosto che osservati, siano utili: sia nel definire gli obiettivi, sia le strategie di intervento per il loro raggiungimento.

Come si vede, ci si posiziona ancora in un ambito procedurale. Cos'è una modalità procedurale? Cosa si fa prima, cosa si fa dopo, cosa si fa dopo una filiera che è meramente procedurale. Non stiamo ancora quindi affrontando un ragionamento sulla metodologia, per quanto ricco di avvertenza epistemologiche. La domanda che ci si pone, dal momento che i così detti ‘fatti’ sono in realtà ‘arte - fatti’, cioè sono generati dall'osservatore nell'interazione con l'osservatore in virtù delle teorie adottate, è cosa osservare che possa essere descritto e quali siano i dati pertinenti e utili al fine della generazione del cambiamento. Nell’asserire l'importanza del rapporto tra teoria e prassi, Luigi Gui sottolinea, in maniera molto rilevante pur nell'eclettismo di riferimento circa i modelli teorici impiegati dal servizio sociale, “già elaborati e da tempo conosciuti e forse utilizzati”. 

La pervadenza del ‘buon senso e dell'esperienza’ come riferimento per la pratica, rispetto al senso scientifico, e mette in guardia circa i ‘rischi che si possono correre’ per la mancata integrazione tra ‘conoscenze, teorie e modalità operative... se manca un'approfondita base teorica e una continua capacità di verifica di riflessività sul proprio operare o si è guidati in modo quasi esclusivo dal buon senso, dalla saggezza esperienziale’(Gui 2004).

Quindi evidenzia l'importanza del riferirsi, non tanto al senso comune, quanto ad un riferimento teorico e metodologico preciso ed esplicitato.

Kemshall e Knight nel 2000 si approssimano nella formulazione di una risposta, scrivendo che l’assessment ‘può essere descritto come un processo di formulazione del parere professionale o di stima della situazione, delle circostanze e dell'azione delle persone coinvolte’.

Nel testo compare il costrutto di agency, ovvero dell'azione che gli individui sviluppano per fronteggiare le criticità definite tali in seguito all'intervento di un evento inedito (pensiamo al “costrutto di resilienza”), come punto focale dell’osservazione, insieme alla stima della situazione, ovvero di come questa venga configurata discorsivamente.

Sono qui formulati due costrutti di grande interesse: il primo ci riporta alla definizione che W.I. Thomas, (in Merton 1968) dà di ‘situazione’ nelle sue ricadute pragmatiche, formalizzata in quello che è considerato il suo teorema: ‘Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze’.

La definizione della situazione: allora, si riferisce proprio a questo elemento teorico ma che ha importanti ricadute pragmatiche.

In virtù di tale teoria, gli effetti pragmatici della 'azione’ sono correlati ai repertori discorsivi, cioè come viene definita la situazione che le persone generano nell’interlocuzione circa se stessi, potremmo chiamare queste modalità: “resoconti”, ma troviamo anche in Archer l'espressione: “conversazione interiore”, cioè ciò che ciascuno dice di se spesso a se stesso, agli altri e circa gli altri, ovvero come gli altri narrano, raccontano le persone. La narrazione non è considerata un elemento parafernale, cioè un mero scambio informativo, una sorta di sottofondo che serve a rendere la rappresentazione del fatto trasmissibile, ma ha effetti fortemente performativi ed è costitutiva dalla configurazione di realtà.

 

Questo testo è estratto dal nostro video-corso Fad Servizio Sociale: progetto, progettazione e valutazione, ha come scopo quello di informare e permette di approfondire tematiche legate al corso.

Estratto della lezione del dott.: Luigi Colaianni

Luigi Colaianni
Formatore, Sociologo della Salute,
Laboratorio M.A.D.I.T. Unipd
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