Il lavoro del Servizio Sociale nel covid - 19

Salve, sono Giuseppina Mostardi, assistente sociale e docente all'università Lumsa. Partecipo a questo corso di formazione BBC “The day after” con un’importazione che riguarda il lavoro del servizio sociale nel Covid-19.

Come primo pensiero devo dire che mi ha colpito, e volevo condividere con voi, l'espressione che ha adoperato Mario Draghi nell’ultimo convegno a Rimini 2020 in cui dice che il poco possibile è stato fatto nella redazione dei sussidi a Chioggia, ora bisogna ripensare i servizi e le strutture sanitarie con idee nuove, concretezza, rigore e realismo, animato da una grande tensione ideale. Ecco, io credo che possiamo riflettere su queste parole incisive nel momento in cui il servizio sociale, insieme alle altre professioni, dovranno veramente ripensare in modo concreto e con rigore le nuove realtà sanitarie e soprattutto i nuovi servizi socio-sanitari. Per quanto mi riguarda, il servizio sociale non c'era quando le altre pandemie si sono presentate nelle altre epoche, vediamo nel 1720 la peste nera, il colera nel 1820, la spagnola nel 1920-22, in quei momenti storici il servizio sociale non operava ma gli interventi sono stati fatti.Qui si vede come era stata affrontata la spagnola negli ospedali, queste erano le attrezzature usate per fronteggiare l’epidemia. Quindi vedremo anche come le realtà si siano modificate da ieri ad oggi e come, ovviamente, ogni pandemia ha creato un’urgenza di cambiamento nella sanità, nei servizi e nella cultura generale delle persone. Il servizio sociale, come ho detto prima, non c'era in Italia, non esisteva, nasce in Inghilterra alla metà dell'800 per contrastare tutte le povertà e le malattie legate al degrado ambientale a seguito dell'urbanizzazione, dell'industrializzazione e dell'immigrazione.

Consideriamo i grandi flussi migratori che ci sono stati agli inizi del Novecento, che hanno trovato veramente il territorio completamente sguarnito da quella che poteva essere un’attrezzatura di servizio per affrontare igiene, sanità in contesti sociali molto degradati. Il servizio sociale è nato quindi in Inghilterra ed in America con due grandi branche ovvero il lavoro di comunità che era proprio quello che serviva per affrontare le macro-aree di difficoltà e il cosiddetto casework che si attivava per le singole realtà familiari ed individuali presenti nel territorio. Queste due branche storiche in realtà hanno avuto delle evoluzioni importanti anche fino a noi e in particolare il case work sarà importante nell'affrontare alcuni aspetti del Covid-19,Per concludere, in Italia si struttura il servizio sociale professionale con una formazione precisa dopo il 1946, quindi siamo nel dopoguerra, e i primi insegnanti, le prime strutture organizzative si rifanno molto ai modelli anglosassoni. Adesso, entrando immediatamente nella realtà del Covid-19, io ho cercato di riflettere insieme ad altri colleghi ed ecco che cosa è emerso dall' emergenza Covid-19. Per quanto ci riguarda, ma non credo che questo sia soltanto per il servizio sociale, è emersa la storica e pregressa fragilità, sia funzionale, che dei servizi, con carenza di operatori dedicati e preparati a quei precisi servizi, soprattutto nel lavoro di cura.

Con cio si intende proprio il concetto largo del lavoro di cura che vuol dire quindi, non solo assistenti sociali, ma pedagogisti, infermieri, operatori socio-sanitari cioè quell’area che lavora proprio sulla cura delle persone, che è un concetto ben più ampio dell'aspetto prettamente sanitario. Si è evidenziata così una nuova e invisibile povertà cioè il servizio sociale ha da sempre affrontato le sfaccettature, le diversità e le forme di povertà delle realtà sociali e storiche ma qui ha dovuto affrontare una povertà invisibile, perché, come vedremo, anche dopo si è avuta una immediata e urgente necessità di affrontare subito le persone che sono rimaste senza nessun reddito. Quindi invisibile perché l'abbiamo dovuta vedere, non la conoscevamo. In questi termini abbiamo registrato un aumento delle disuguaglianze sociali perché non c'è dubbio che le persone con più risorse hanno saputo fronteggiare meglio la situazione di emergenza e le difficoltà economiche, mentre le persone che già erano in una precarietà sono ancor di più entrate in questa precarietà socio-economica, quindi in una crisi economica grave.

Ecco direi che una riflessione doveva essere fatta sui sistemi sanitari regionali che probabilmente hanno fatto delle scelte di politica sanitaria accentrata maggiormente sugli ospedali e hanno mostrato carenza e debolezza nelle reti territoriali e di prevenzione e assistenza del territorio. Peraltro questa scopertura, chiamiamola così, della parte socio sanitaria del territorio è stata anche denunciata dall'ordine dei medici per esempio di Bergamo perché questo ha un po’ scollegato i due aspetti e ha fatto emergere questa differenza. Una differenza che poi va sul principio di una scarsa integrazione socio-sanitaria, tanto che i cosiddetti distretti socio-sanitari, rimasti sulla carta e mai concretizzati, non sono operativi ancora nei territori per garantire quella continuità terapeutica tra ospedale e territorio e soprattutto la presa in carico globale della persona.

Che cosa intendo come presa in carico globale, intendo appunto quel principio per cui una persona che ha più bisogni di tipo sanitario ma anche di tipo assistenziale, economico, relazionale e familiare venga appunto presa in carico. Questa presa in carico della persona globale con tutti i bisogni deve essere ristrutturata e in molte aree del territorio nazionale è ancora molto fragile. Abbiamo registrato una mancanza di un adeguato sistema di pronta operatività con protocolli specifici che disponessero, in una emergenza come quella che abbiamo visto del Covid, di immediate responsabilità, predisposizione di percorsi appropriati, per quanto riguarda il servizio sociale. Perciò è come se il sistema di servizi sociali non abbia strutturato questo tipo di protocollo specifico per una pronta operatività come l'utilizzo, ad esempio, di indici di complessità delle prestazioni integrate. Quindi se su quella complessità del Covid la persona ricoverata in terapia intensiva ha tutto un sistema relazionale e familiare, necessita comunque di un intervento tempestivo con dei protocolli specifici. Vedremo come questa pronta operatività dovrà essere pensata e messa a punto per il futuro in modo tale da poter fronteggiare situazioni di eventuale emergenza.

Questo testo è estratto dalla video lezione del prof. ssa Giuseppina Mostardi dal corso FAD ECM "Covid 19: aspettando il Day After - parte 2"

Giuseppina MOSTARDI
Assistente sociale, già Giudice Onorario Tribunale per i Minorenni di Roma
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