Il Diritto alla non sofferenza

Questo testo è estratto dal nostro video-corso Ecm Fad Lenire il dolore è buona sanità, ha come scopo quello di informare e permette di approfondire tematiche legate al corso.

Estratto della lezione del dott. Rossana CECCHI.

La lezione che vi farò il nell'ambito del corso “Lenire il dolore e buona sanità” riguarderà proprio gli aspetti etici della terapia del dolore. Ho ritenuto, quindi, di chiamare questa lezione “Il diritto alla non sofferenza”.

Allo stato attuale, nell'ordinamento italiano esiste il diritto alla non sofferenza, insito nella Costituzione e nelle varie dichiarazioni internazionali. Tornando in Italia, nel codice di deontologia medico italiano, invece, e nella giurisprudenza italiana, vedremo come effettivamente questo diritto alla non sofferenza esiste.

Cominciamo dall’articolo 32 della Costituzione, ormai molto conosciuto perché negli ultimi anni ha acquisito un peso sempre maggiore nelle varie discussioni, si sono realizzate negli ambiti estremi della vita specialmente per quanto riguarda il diritto del paziente, del cittadino, nel momento in cui diventa paziente, il diritto a essere informato e quindi il suo dovere a dare il consenso o dissenso a ogni terapia che gli viene proposta.

Se esaminiamo l'articolo 32, vediamo come, oltre al secondo comma, che stabilisce che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge, viene spesso chiamato in causa proprio per affermare il diritto al consenso informato attualmente non più messo in discussione nell'ambito della pratica medica in Italia.

In questa lezione ritengo che particolare rilevanza abbiano invece il primo e il terzo comma.

Il primo comma afferma che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Quindi il primo concetto che viene palesato e affermato dall'articolo 32 è quello alla salute. Ogni cittadino italiano ha il diritto alla salute come diritto Costituzionale, quindi di conseguenza come diritto fondamentale. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Il terzo comma invece chiaramente nasce a seguito degli eventi della seconda guerra mondiale, che quindi posero in primo piano gli atti lesivi della dignità umana che vennero esercitate in quel periodo. Io ritengo comunque che anche attualmente questo terzo comma è di grande attualità, in quanto spesso il progresso risulta molto aggressivo nei trattamenti terapeutici  e questo può mettere a repentaglio la dignità del paziente e in questo modo il terzo comma torna ad avere una grande rilevanza. Pertanto possiamo concludere questo primo aspetto dicendo che l'articolo 32 della Costituzione afferma da un lato il diritto alla salute di ciascun cittadino italiano e dall'altro il diritto al rispetto della sua persona. I principi generali decretati dall'articolo 32 della Costituzione sono, innanzitutto, il diritto alla salute come un diritto sociale e, come tale, rientra nelle cosiddette libertà positive. Ciò vuol dire che lo Stato non solo non deve limitare l'autonomia del singolo, ma deve anche attivarsi per assicurare il suo pieno sviluppo, ovvero il pieno sviluppo della persona umana. Non si tratta quindi soltanto di una tutela solo nel senso di protezione, ma anche una tutela attiva nel senso di promozione.

Oltre la previsione del trattamento sanitario obbligatorio, non esiste un obbligo di cura, ma è un dovere nei confronti della salute e questo viene sancito, come abbiamo visto, dal secondo comma che afferma che nessuno può essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la sua volontà, nonché l'onere di vigilare sulla propria salute.

Quindi anche il cittadino viene in qualche modo responsabilizzato verso se stesso e se ritiene che qualcosa non è consono alla sua salute ha il diritto di rifiutarlo.

Ora vediamo cosa affermano le dichiarazioni internazionali. Per quanto riguarda il diritto alla non sofferenza, vediamo subito come già nel 1948 la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo afferma che ogni individuo ha diritto di avere un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia. É interessante, concetto che riprenderemo più avanti, il fatto che si parli non solo del benessere del singolo, ma anche della sua famiglia, e vedremo come il concetto della famiglia legata al singolo nel senso di benessere globale è un qualcosa che dovrebbe essere sempre tenuto in considerazione, nel momento in cui un medico, o comunque una persona che lavora nell’ambito sanitario, decide di prendere in cura un malato.

I malati dovrebbero sempre essere presi in cura tenendo conto della famiglia, in un certo senso agendo sulla famiglia. Su questo concetto comunque ci torneremo più avanti.

Ogni individuo ha diritto di avere un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio della sua famiglia con particolare riferimento all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione e alle cure mediche. In questa dichiarazione vengono prese in considerazione tutti gli aspetti importanti a cui chiaramente viene aggiunto anche il diritto alle cure mediche.

Sempre nel ‘48, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dato una definizione di salute che è ancora attualissima. Ovvero la salute intesa come stato fisico, mentale e sociale quindi come benessere sociale inteso anche a livello relazionale, e non semplicemente come assenza di malattia o infermità.

Vediamo adesso come affronta questa ampia tematica il Codice di Deontologia Medica, di cui qui riporto i dati più recenti, del 2006.

É interessante ragionare su come dal 1978, nel Primo Codice Ufficiale della Fnom, e se vogliamo possiamo arrivare fino agli anni cinquanta con il codice Frugoni (mai pubblicato ma di cui abbiamo la testimonianza), come il concetto di tutela della salute e di dovere di informazione ed il consenso del paziente ha subito un'evoluzione interessantissima. Nel corso del tempo si è passati infatti attraverso una fase in cui vi era una totale assenza di forma, di requisiti formali del consenso, per cui addirittura ritroviamo delle pronunce giurisprudenziali del 1968 in cui si affermava che fosse sufficiente che il paziente si ricoverasse in una struttura ospedaliera o in una casa di cura affinché acconsentisse a tutto ciò che sarebbe stato deciso in merito ai trattamenti a lui destinati.

Passiamo quindi da una mentalità assolutamente priva dell’informazione e del consenso al paziente negli anni 50, a una mentalità totalmente opposta in cui fondamentale è la responsabilizzazione del paziente in prima persona, per quanto riguarda le decisioni sul trattamento a cui vuole essere sottoposto, il cosiddetto consenso informato.

Effettivamente consiglio a chi si interessa di questa materia di andare a vedere come questa evoluzione deontologica è documentata dal susseguirsi dei codici deontologici e come questa crescita sia andata di pari passo, anzi spesso è stata successiva, con i pronunciamenti giurisprudenziali. Da questo noi deduciamo anche quanto siano importanti nel nostro paese le prese di posizione, le sentenze dei giudici che danno un'indicazione sempre molto forte sulla strada che è lecito perseguire.

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